La situazione nei teatri di crisi medio orientali e nord africani forse non è delle peggiori, ma è sicuramente ben lontana da quella auspicabile. Ecco una panoramica: dai classici paesi “problematici” a quelli che sembravano aver raggiunto una parvenza di stabilità democratica.


Cominciamo il nostro tour virtuale con l’Afghanistan, simbolo del tentativo occidentale di sconfiggere il terrorismo “in casa sua”. Il Paese è di nuovo in bilico tra un disimpegno statunitense, che darebbe mano quasi-libera ai talebani tutt’altro che sconfitti aprendo la strada anche ad un’eventuale riorganizzazione jihadista nel Paese (a seguito delle auspicabili sconfitte nel Siraq); e un maggiore impegno statunitense con nuove truppe che finirebbero per essere un semplice palliativo temporaneo ad una situazione comunque irrisolvibile solo militarmente. A pagare, ovviamente, la popolazione civile afgana ormai forse rassegnata al perenne stato di instabilità e gli stessi Stati Uniti. In caso di ritiro e di “perdita” di Kabul, Washington dovrebbe riconoscere un bruciante fallimento internazionale; in caso di rinnovato impegno sarebbe invece costretta a far lievitare ulteriormente il budget destinato alle operazioni militari per le quali, ad oggi, sono stati spesi più di 800 miliardi di dollari.

Alcune migliaia di kilometri più ad ovest la situazione non è certo più tranquilla. Il teatro siriano è “l’instabile costante” della regione con sviluppi e logiche difficilmente prevedibili. Tra le ultime novità l’abbattimento di un jet dell’aviazione siriana da parte della Coalizione Internazionale a guida USA che rischia, oltretutto, di complicare ulteriormente la liberazione di Raqqa. Crisi siriana che vede coinvolti tutti i protagonisti regionali e che ha reso sempre più gravose anche le preoccupazioni di Israele, con Tel Aviv decisa ad impedire la creazione di un “corridoio sciita” (creato dalle milizie sciite di Siria ed Iraq) che permetterebbe all’Iran, acerrimo avversario, di rafforzare la propria presenza militare proprio ai confini del Paese ebraico.

Restando nella penisola araba, oltre alle nuove tensioni tra Qatar, Arabia Saudita ed altri paesi sunniti, sono da segnalare i rinnovati problemi della guerra civile in Yemen. La Comunità Internazionale infatti non riesce a consegnare gli aiuti umanitari necessari a combattere le epidemie di colera e la mancanza di generi alimentari. Il risultato è un Paese allo stremo con l’80% della popolazione, circa 16 milioni di persone, a rischio malattie e malnutrizione. Lo Yemen può essere considerato come il sequel della crisi siriana: una Coalizione a guida saudita (comprendente gli USA) che sostiene un governo sunnita in guerra con i ribelli sciiti Houthi (che direttamente od indirettamente suscitano le simpatie dell’Iran) ed Al-Qaeda che agisce liberamente in mezzo al caos.

Spostandosi in territorio nord-africano si approda nell’Egitto di Al-Sisi che, in piena crisi economica, è costretto a cedere gioielli “strategici” come le isole di Tiran e Sanafir (con conseguenti proteste e bocciature da parte della Corte Costituzionale). In contemporanea Il Cairo è ad un passo dal “centralizzare” tutte le iniziative politiche provenienti dalla società civile. In poche parole, con una legge firmata da Al-Sisi che nei prossimi mesi passerà alla Camera dei Rappresentanti, circa 46mila Organizzazioni Non Governative (anche internazionali) verranno messe sotto il controllo del Governo e verranno costrette ad operare secondo le sue direttive.

Dall’Egitto si può poi “facilmente” arrivare nella tribalizzata Libia: due governi (Haftar ed Al-Serraj), miriadi di fazioni ribelli, terroristiche o governative e Nazioni che dialogano con uno o con l’altro Governo legittimando, di fatto, entrambi. In Libia la quotidianità è scandita dall’incertezza più totale, pregevolmente descritta nell’articolo de “L’Internazionale“.

Per finire, la Tunisia post-gelsomini. Da sempre vista come un esperimento sostanzialmente riuscito (ed in parte è così considerando molte delle libertà che vengono concesse ai cittadini rispetto a quelle di altri paesi del mondo arabo) ma che ultimamente sta facendo i conti con una crisi economica che mina le fondamenta di quella stabilità sociale faticosamente raggiunta.

Saranno queste alcune delle situazioni di crisi di cui l’occidente, almeno in parte, dovrà farsi carico tenendo a mente che il modo in cui fino ad oggi ha provato a farlo, non è servito.