Proviamo a sistematizzare tutte le informazioni che in questi giorni sono emerse e tutte le vicende che hanno reso decisamente caotiche le ultime ore.


L’8 aprile in Siria c’è stato un nuovo attacco con armi chimiche nel quale si sono contate almeno 70 vittime. L’attacco è avvenuto nella città di Douma, l’ultima città della Ghouta orientale ad essere ancora realmente sotto il controllo dei ribelli anti-Assad. Diversi indizi (ad oggi) portano ad attribuire la paternità dell’attacco ad Assad:

  • In passato ci sono stati diversi episodi, documentati anche da commissioni OPCW (Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche) come nel caso di Khan Sheikhoun, che hanno evidenziato con certezza l’impiego di armi chimiche da parte di Assad. Va quindi ribadito e sottolineato: in passato Assad ha sicuramente usato armi chimiche.

    Cartina
    Alcuni degli attacchi chimici registrati in Siria
  • La declassificazione (nei giorni successivi all’8 aprile) del report francese sulla vicenda di Douma è un altro documento interessante: dopo diverse analisi arriva alla conclusione che c’è stato un attacco chimico a Douma e che è stato perpetrato dalle forze del Governo siriano.
  • Un altro report cerca invece di verificare l’effettività di ciò che è successo a Douma vagliando anche i video, le immagini e le testimonianze raccolte sul posto (le cosiddette fonti open source). La conclusione a cui arriva è che a Douma è stata usata della clorina tramite ordigni sganciati da elicotteri (codice NATO: Hip) provenienti dalla base aerea di Al-Dumayr che è utilizzata delle forze di Assad.
  • Altre analisi strategiche sul contesto confermano inoltre che nessuna delle potenze attaccanti, ad oggi, auspicherebbe ad un cosiddetto Regime Change in Siria ai danni di Assad. L’ipotesi del pretesto per rovesciare l’attuale status-quo, legittima ed inizialmente comprensibile, può quindi essere invalidata. 
  • Per Damasco è strategicamente molto importante ri-conquistare Douma in tempi brevi. In primis perché l’esercito governativo, nelle parole dello stesso Assad, ha una evidente e preoccupante mancanza di soldati: impiegarli a Douma non permetterebbe di dispiegarli in altre zone più lontane dalla Capitale (Douma dista solo 10 kilometri da Damasco). Inoltre, il giorno dell’attacco, a Douma c’erano ancora circa 8.000 miliziani del gruppo di Jaysh al-Islam: per liberare la città ci sarebbero volute probabilmente settimane (nel 2004 gli Stati Uniti per liberare Fallujah dai 4.000 guerriglieri che la occupavano usarono proiettili incendiari, fosforo e munizioni all’uranio impoverito: ci misero comunque due mesi). Lo spettro delle armi chimiche può poi essere considerato un ulteriore metodo di persuasione per convincere chi si è ribellato al Governo centrale (ed è sopravvissuto) del fatto che la rivoluzione sia impossibile oltre che inutile. Dopo l’attacco chimico, Jaysh al-Islam ha accettato le condizioni per abbandonare la zona di Douma nonostante nei giorni precedenti le negoziazioni si fossero arenate. [Questo punto è stato tratto dall’ottimo articolo di Daniele Raineri per Il Foglio].
  • La tesi, questa volta per la verità non sventolata come in alcune occasioni passate, di un raid governativo che ha per sbaglio colpito un deposito di armi chimiche dei ribelli non può essere presa in considerazione. Le armi chimiche in moltissimi casi non vengono infatti conservate “attive”. Colpendo quindi ad esempio un deposito di gas Sarin stoccato in maniera classica (quindi inattivo) non dovrebbe succedere sostanzialmente nulla. Stesso discorso vale per i dubbi espressi il giorno dell’attacco statunitense: come mai non sono stati rilevati nelle aree colpite dai raid occidentali i componenti chimici delle armi? La risposta è la stessa: perché vengono conservati inattivi.

    Infografica
    Gli effetti di Sarin e Clorina

Il 9 aprile Israele compie un raid aereo in territorio siriano colpendo una base nella zona di Homs, sarebbero almeno 14 i soldati assadisti rimasti uccisi. Non si sa però se l’operazione sia legata all’attacco chimico del giorno precedente. In passato infatti Israele è già intervenuto in Siria affermando di aver colpito obiettivi che rappresentavano una minaccia per i suoi confini. Gli alleati di Tel-Aviv sembra non fossero al corrente dell’operazione.

L’11 aprile è un giorno di tensione in cui avvengono gli spostamenti delle forze militari in gioco. Sembrano quindi essere inesorabilmente passate le “24-48 ore” che Donald Trump si era preso per decidere il da farsi dopo l’attacco chimico a Douma. Aerei da ricognizione statunitensi decollano dalle basi europee (compresa Sigonella), e navi militari americane  armate con missili Tomahawk (come il cacciatorpediniere Donald Cook) si dirigono verso le coste siriane. In mattinata, inoltre, Trump twitta sui “nuovi, belli ed intelligenti missili che stanno per arrivare”.

tweet
Il tweet di Trump

Sul versante opposto Damasco mette in allerta le forze militari nelle province di Sweida, Aleppo, Latakia e Deir Ezzor per le successive 72 ore, e si dice pronta a collaborare con l’OPAC. Inoltre sembra che diversi mezzi militari (aerei ed equipaggiamenti) vengano a più riprese spostati in basi più interne e considerate “più sicure” dal Governo siriano. Assad pare essersi allontanato da Damasco (i giorni successivi smentiranno questo particolare, almeno secondo la propaganda del Governo siriano). La Russia invece invita alla moderazione ma avvia esercitazioni navali davanti alle coste siriane, mentre l’ambasciatore russo in Libano avverte: qualsiasi missile lanciato verso il territorio siriano verrà abbattuto, e le postazioni di lancio dalle quali partiranno verranno colpite (quindi tendenzialmente le navi USA). Putin chiama inoltre Netanyahu suggerendogli di non intervenire e di non colpire obiettivi in territorio siriano.

Eurocontrol, l’agenzia europea per la sicurezza dei voli, dirama in giornata un comunicato di allerta avvertendo, per possibili attacchi missilistici e black-out radio, tutte le compagnie aeree che nelle prossime ore voleranno sul mediterraneo orientale.

Il 12 aprile succede dell’altro che, sicuramente, non contribuisce a distendere la situazione. Un aereo militare greco precipita nel Mar Egeo in circostanze poco chiare dopo un incontro ravvicinato con dei jet turchi entrati nello spazio aereo greco. Le precedenti “scaramucce” tra Grecia e Turchia in quell’area sembrano dare credito all’ipotesi di un Dog Fight aereo (volare in tondo cercando di posizionarsi dietro all’avversario) ma nei giorni seguenti emerge l’ipotesi del malfunzionamento o dell’errore del pilota (che è morto) con Ankara che fin da subito si era detta estranea all’accaduto.

il 14 aprile intorno alle 03.00 ora italiana avviene invece il temuto “attacco occidentale“.

Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna colpiscono alcuni obiettivi militari in territorio siriano collegati all’attacco chimico avvenuto a Douma l’otto aprile e perpetrato, con ogni probabilità ma senza la possibilità ancora di averne una certezza esatta, dal Governo di Assad. Ad essere colpiti sono il centro di ricerca di Barzeh, nei pressi di Damasco, ed almeno altri due siti di ricerca/stoccaggio di materiali chimici nei pressi di Homs e Hama. Una ventina dei circa 100 missili lanciati da navi, sottomarini ed aerei dei tre “attaccanti” sarebbero stati abbattuti dai sistemi di difesa siriani che pare abbiano utilizzato solo gli S125 e gli S200 (il bilancio di missili andati a segno e di missili abbattuti è tutt’ora controverso e diverso per entrambe le parti).

Missile Tomahawk
Missile Tomahawk

La Russia non subisce perdite e danni ma annuncia inevitabili conseguenze ed accusa la violazione del Diritto Internazionale. Sembra inoltre che Mosca sia stata avvertita dell’attacco solo dalla Francia. Trump conferma che l’intervento è stato una conseguenza dell’attacco chimico dei giorni scorsi e che è stato mirato e circoscritto. Mattis precisa che si è trattato di un attacco isolato e, quindi, che una escalation non è auspicata nemmeno dagli Stati Uniti. Turchia ed Israele hanno approvato i raid definendoli appropriati. Per la May è stato un “messaggio per il mostro Assad“, l’Iran minaccia conseguenze su scala regionale e la Francia di Macron dice che l’attacco alla Siria di Assad è stato dovuto all’aver superato la linea rossa fissata nel 2017.

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Nel pomeriggio viene convocato il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ma la risoluzione russa per condannare “l’aggressione occidentale” non viene approvata. Mentre nella notte sembra che dei jet israeliani abbiano fatto un’incursione in una base iraniana nei pressi di Damasco (si sono sentite delle esplosioni). Con il passare delle ore emerge però la probabilità (sostenuta da Hezbollah) che le esplosioni siano state causate dallo scoppio di materiali all’interno del magazzino e che Israele non c’entri nulla.

Queste sono le caotiche vicende dell’ultima settimana e delle ultime ore, con la tragedia siriana che recupera interesse solamente dopo tragici eventi come un attacco chimico ed un raid occidentale di rappresaglia criticabile da diversi punti di vista.

Il problema però è che in Siria si muore da sette anni, e che si è progressivamente accettato l’uso di armi tecnicamente convenzionali ma impiegate in zone civili spesso senza ritegno. L’assuefazione a questo “stato di barbarie” che giorno dopo giorno si è insinuato nella mente di tutti noi è uno dei tanti problemi sul tavolo. Le armi chimiche, purtroppo, sono solo una delle tantissime e terribili sfaccettature della tragedia siriana, e sono “una grande distrazione dai quotidiani crimini di guerra convenzionali”.

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