Lo Xinjinag è una regione autonoma cinese alle porte dell’Asia centrale. Per lungo tempo è stata marginalizzata dalle dinamiche globali ma ora sta acquistando una rinnovata importanza grazie al progetto infrastrutturale cinese della Belt and Road. Uno dei problemi di Pechino, però, sono gli Uiguri.

Il capoluogo dello Xinjiang, che significa “Terra nuova”, è Urumqi, che significa “bei pascoli”. In realtà la città è una delle più inquinate al mondo, conta circa 22 milioni di abitanti ed è la megalopoli più distante dal mare che si possa visitare. Lo Xinjiang, inoltre, è in buona parte caratterizzato da un paesaggio inospitale: dal Deserto del Taklamakan ai Monti Tian Shan. Nella regione, crocevia per l’Asia centrale, esistono tuttavia moltissime minoranze etniche, la più numerosa delle quali è quella degli Uiguri.

urumqi

Gli Uiguri sono una minoranza turcofona e musulmana originaria della Mongolia e dei dintorni del Lago Bajkal che oggi vive appunto prevalentemente nello Xinjiang, dove si è insediata intorno all’ottavo secolo. Per capirci, gli Uiguri sono stati quelli che hanno “prestato” la loro lingua scritta ai mongoli di Gengis Khan. La loro storia è molto lunga, affascinante ed articolata per essere completamente ripercorsa qui, ma quello che ci serve sapere è che nel 1757 lo Xinjiang (che all’epoca si chiamava Zungaria) venne inglobato dalla Cina. Tuttavia, nel corso dei secoli, l’identità uigura non è mai scomparsa e, anzi, gli Uiguri hanno ciclicamente preso una maggiore coscienza della loro diversità etnica rispetto ai cinesi Han. Questa coscienza uigura ha finito per generare delle pressioni indipendentiste e, nella sua esaltazione peggiore, alcuni gruppi hanno deciso di agire con la violenza terroristica. Dal 1990 in Cina sono infatti avvenuti ad intervalli regolari numerosi attacchi terroristici di matrice uigura, accendendo un circolo vizioso che è proseguito fino ad oggi e che ha contribuito alla creazione della situazione descritta nelle righe seguenti.

Oggi, per Pechino, il rischio di una regione strategica come lo Xinjiang con pressioni indipendentiste è semplicemente inaccettabile. La soluzione scelta per risolvere alla radice il problema è stata quella di armonizzare gli Uiguri al sistema, agli usi ed alle consuetudini cinesi, cancellandone le basi culturali. L’obiettivo ricercato da Pechino è sostanzialmente quello di uno Xinjiang stabile e sinizzato.

Mappa

Per conseguirlo, le autorità cinesi hanno messo in piedi un imponente sistema di sorveglianza di massa che, dopo ogni attacco terroristico, viene ulteriormente e sistematicamente rafforzato. L’esito è stato quello della creazione nello Xinjiang di una sorta “stato di polizia” permanente, tanto che la regione può essere considerata come un laboratorio a cielo aperto per l’impiego delle più moderne tecnologie di sorveglianza: dal riconoscimento facciale alle app-spia. A coadiuvare questo impianto di sorveglianza, sono poi state attivate tutta tutta una serie di misure e protocolli che ufficialmente vorrebbero de-radicalizzare la regione ma che nei fatti mirano ad una vera e propria de-islamizzazione. Si va dal divieto di vestire in abiti tradizionali, a quello di portare barbe troppo lunghe; dal divieto di usare l’alfabeto uiguro a quello di non celebrare il Ramadan; fino all’istituzione di veri e propri campi di rieducazione per Uiguri. Campi dove sono tutt’ora internati più di un milione di Uiguri che subiscono vessazioni inaccettabili e perfino torture per essere armonizzati alle necessità del sistema cinese.

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Si tratta di un sistema di detenzione etnico perché per finire nel mirino delle autorità cinesi basta esprimere un attaccamento “troppo elevato” alla cultura uigura, dove “troppo elevato” è comunque un’unità di misura discrezionale.

Quale altro paese al mondo potrebbe internare un milione di persone in dei campi di concentramento per motivi etnico-religiosi senza suscitare un’indignazione globale e un qualche intervento da parte della comunità internazionale?

La scusa utilizzata da Pechino per giustificare questi moderni campi di concentramento etnici, la cui esistenza sta finalmente cominciando a divenire un tema anche in occidente, è quella del contrasto al radicalismo islamico uiguro e della riabilitazione professionale di “soggetti problematici”.

Al dramma etnico si sovrappone infatti anche il cinismo di Pechino. Attraverso le basilari attività di formazione lavorativa svolte nei campi, il Governo cinese non ambisce solo ad uno Xinjiang de-uigurizzato, ma anche alla creazione di un enorme e rinnovato bacino di forza lavoro a bassissimo costo. Il vantaggio competitivo alla base dell’iniziale balzo economico cinese. Tra il 2017 ed il 2019 almeno 80.000 Uiguri sono infatti stati ricollocati forzatamente in industrie e zone produttive. In alcuni casi, anche per aziende come Apple, Nike e Huawei.

Cosa fa il resto del mondo?

Troppo poco, verrebbe istintivamente da dire. Uno degli ultimi sviluppi internazionali sulla questione uigura è avvenuto negli Stati Uniti. Alcuni giorni fa il Senato ha infatti approvato lo Uyghur Human Rights Policy Act. Si tratta di un disegno di legge che dovrebbe attivare un sistema sanzionatorio nei confronti dei funzionari cinesi che si occupano della gestione dei campi di rieducazione per Uiguri. Il fatto che gli Stati Uniti abbiano deciso di muoversi politicamente nei confronti di questa realtà può far sorgere almeno due considerazioni:

  • L’esistenza di una rinnovata volontà di Washington nella salvaguardia dei Diritti Umani, o quantomeno di attenzione nei confronti di una realtà davvero drammatica.
  • L’intenzione di minare la narrativa promossa da Pechino sul proprio rispetto dei Diritti Umani, con tutte le conseguenze in termini di Soft Power e rapporti internazionali del caso.

Chiaramente non possono essere infatti esclusi i tornaconti geo-strategici di una mossa simile. In un quadro in cui gli Stati Uniti di Donald Trump stanno sviluppando una retorica sempre più aggressiva nei confronti di Pechino, che va dal coronavirus ad Hong Kong, la possibilità di mettere ulteriormente in difficoltà il Partito Comunista Cinese con una storia di violazione di massa dei diritti umani è un’occasione che non si può perdere. Specialmente se questa retorica sta venendo usata, come sembra, in un’ottica prevalentemente elettorale interna. Meno recentemente, invece, la sfera occidentale si è mossa a sostegno della minoranza uigura con una lettera consegnata al Consiglio per i Diritti Umani firmata da 22 paesi. Tra questi mancavano però proprio gli Stati Uniti e anche l’Italia. Nessuna di queste iniziative, ad oggi, ha prodotto comunque effetti concreti.

Pochi giorni dopo “l’iniziativa della lettera”, inoltre, 37 paesi con chiari interessi ai rapporti con Pechino (tra questi Arabia Saudita, Siria, Egitto, Corea del Nord, Filippine ed Iran) ne hanno firmata una di segno opposto: a sostegno delle politiche cinesi nello Xinjiang. Paesi come la Turchia o la Russia hanno invece espresso (direttamente nel primo caso ed indirettamente nel secondo) le loro congratulazioni per “la felicità del popolo uiguro” e per la gestione cinese del radicalismo islamico.

Quella del dramma uiguro è una storia di detenzione etnica e schiavitù di massa. Una storia cinese, con enormi colpe occidentali e globali.

Articolo disponibile anche su Endangered Peoples – We must talk about it